MI SEMBRA TUTTO COSI’ IRREALE E DISTANTE: NON STAI IMPAZZENDO, SI CHIAMA DEPERSONALIZZAZIONE

Alcune persone convivono per anni con episodi nei quali si sentono improvvisamente distaccate da sé, dagli altri o da ciò che stanno facendo. Si tratta del fenomeno della depersonalizzazione (riferito al Sé) o derealizzazione (riferito all’ambiente circostante).

La prima può manifestarsi come senso di intorpidimento in qualche parte del corpo, sensazione che parti del corpo siano irreali, morte o non collegate al resto del corpo; vedersi come dall’esterno, non riconoscersi allo specchio o sentire l’immagine di se stessi come stranamente non-familiare.

La derealizzazione compare come senso di alienazione e distacco, come struggente senso di solitudine e lontananza anche quando ci si trova fisicamente in presenza di altre persone, oppure come senso di inconsistenza o irrealtà della propria percezione dell’ambiente.

In ambo i casi, ciò che viene meno è il senso di validità e realtà della propria esperienza soggettiva. Chi sperimenta tali stati mantiene un adeguato esame di realtà, è consapevole, cioè, che non si tratta di una distanza “reale” o di una morte reale del suo corpo; piuttosto, vive una frattura profonda nella propria interiorità, notando che qualcosa nella propria mente non funziona come dovrebbe.

Sono esperienze molto spiacevoli che possono generare sentimenti di ansia, panico, senso di vuoto. Alcuni se ne vergognano, giudicandole una cosa “da matti” e per tale ragione evitano di parlarne apertamente.

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, circa il 50% della popolazione ne soffre almeno una volta nella vita. I soggetti che ne vengono colpiti con più frequenza sono donne al di sotto dei 40 anni di età e persone alle prese con situazioni particolarmente stressanti o traumatiche. In tali circostanze, la depersonalizzazione/derealizzazione può essere letta come il tentativo di mantenersi distaccati dal senso di pericolo per poterlo meglio affrontare, in una sorta di scissione fra un “io che osserva” e un “io che fa esperienza”.

A volte però questo genere di sensazioni sembra scaturire “dal niente”, ed è questa evenienza ad acuire il senso di allarme di chi le vive. Non ci si capacita di come, a spot, il proprio “io” possa trovarsi improvvisamente catapultato in una dimensione dell’esistenza così diversa e aliena. Una dimensione che certo fa spavento e complica il naturale interscambio fra noi e l’ambiente che ci circonda.

Inquadramento diagnostico

Da un punto di vista diagnostico, esperienze di questo tipo sono classificate fra i disturbi dissociativi, ossia quell’insieme di esperienze basate su una alterazione delle normali funzioni di integrazione della memoria, dell’identità e della coscienza. Tali disturbi sono stati frequentemente spiegati come esito di una problematica elaborazione di esperienze di vita traumatiche, come si avrà modo di approfondire nel prossimo paragrafo.

Fra i diversi sintomi dell’area dissociativa, però, quelli di depersonalizzazione / derealizzazione sembrano occupare un posto tutto loro, diverso dagli altri disturbi che si annotano in quest’area (come l’amnesia dissociativa, la fuga dissociativa, il disturbo dissociativo dell’identità).

Mentre il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) continua a far rientrare la depersonalizzazione all’interno dei disturbi dissociativi, un altro sistema diagnostico molto usato nella sanità pubblica, l’International Classification of Diseases (ICD-10), riserva una categoria diagnostica riservata a tali fenomeni. Come già detto, esperienze transitorie di distacco da sé o dall’ambiente sono abbastanza frequenti anche nelle persone che non hanno alcun disturbo psicologico e, inoltre, è raro che simili sintomi costituiscano un disturbo a se stante.

Più spesso, esperienze di depersonalizzazione/derealizzazione compaiono all’interno di altri quadri clinici, ad esempio nel corso di gravi forme depressive o di stati di ansia acuta.

VALUTARE LA DEPERSONALIZZAZIONE

Uno strumento semplice ma efficace nell’identificare persone ad alto rischio di un disturbo dissociativo è la Dissociative Experiences Scale (DES), di Carlson e Putnam, un questionario composto da 28 domande nelle quali si chiede alla persona di indicare quanto spesso si trova a vivere una serie di esperienze, da 0% (mai) a 100% (sempre). Le 28 domande si ripartiscono su tre aree: l’amnesia dissociativa (ad es., “Alcune persone si trovano in un posto, senza avere idea di come ci siano arrivate”), il funzionamento dissociativo (ad es. “alcune persone fanno l’esperienza di guidare la macchina o di viaggiare in macchina, autobus o metropolitana e improvvisamente di rendersi conto di non ricordare ciò che è successo durante tutto o parte del viaggio”) e la depersonalizzazione/derealizzazione. Riguardo quest’ultima sub-scala, le domande che la compongono sono:

Alcune persone a volte si sentono come se si trovassero al di fuori del proprio corpo o come se si osservassero dall’esterno mentre fanno qualcosa, e in effetti vedono se stessi come se stessero guardando un’altra persona.
Ad alcune persone capita di guardarsi allo specchio e di non riconoscersi.
Alcune persone talvolta hanno la sensazione che gli altri individui, gli oggetti e il mondo intorno a loro non siano reali.
Ad alcune persone capita di sentire che il loro corpo non sembra appartenergli.
Ad alcune persone a volte capita di essere in grado di ignorare il dolore.
Ad alcune persone talvolta capita di sentire delle voci nella propria testa, che dicono di fare delle cose o che fanno commenti sulle loro azioni.
A volte alcune persone si sentono come se stessero guardando il mondo attraverso uno strato di nebbia, per cui oggetti o individui appaiono loro lontani e sfocati.

Il punteggio si calcola sull’intera scala; il rischio che sia presente un disturbo dissociativo si pone quando i punteggi medi delle 28 risposte superano il 30%. Al contempo per uno scopo clinico, è possibile calcolare il punteggio medio all’interno di ciascuna delle tre sub-scale.

ANDARE AL DI Là DELLE ETICHETTE DIAGNOSTICHE: IL SIGNIFICATO PERSONALE del sintomo

Nella mia pratica di psicoterapeuta, ogni questionario clinico che propongo ai miei clienti è una occasione per poterci confrontare su determinate tematiche, chiarendo insieme il senso soggettivo delle risposte date. Non considero mai il punteggio dei questionari come un indicatore determinante, ma piuttosto come un mediatore che ci permette di dialogare ampliando il campo della condivisione, e questo vale anche per la somministrazione della scala DES.

È curioso come a volte le persone, che nel colloquio provano vergogna per certi loro stati interni, quando li trovano scritti nel questionario trovano una sorta di legittimazione al poterne parlare.

Cerco di facilitare ulteriormente questo processo, esplicitando il fatto che a chiunque può capitare di provare questo o quello stato e che sono interessata a comprendere il modo specifico con cui la persona lo vive e vi attribuisce un senso soggettivo.

In tale maniera mi è capitato ad esempio di appurare come l’esperienza di sentirsi fuori dal proprio corpo in alcuni casi era legata più ad un vissuto di profonda solitudine (la mancanza di un altro che condivida l’esperienza soggettiva, rende meno significativa l’esperienza stessa), che ad una forma vera e propria di dissociazione.

Nella quasi totalità dei casi, la fenomenologia dell’episodio di depersonalizzazione / derealizzazione, ossia il “come” si manifesta soggettivamente, ha un significato specifico assai prezioso. E’ come una metafora che racchiude, drammatizza, concretizza, attraverso un modo di sentire, il tema dominante attorno al quale convergono le sofferenze e l’intera storia del paziente. Per questo l’indagine sul “COME” ha per me molto più valore dell’esame del “quanto”.

Un esempio.

Una ragazza introversa, con forte senso di inadeguatezza, si trova a fumare per la prima volta marijuana con degli amici, allo scopo di alleviare un po’ lo stress. Gli amici si addormentano, mentre lei comincia ad avvertire un senso di stranezza, accompagnato da capogiri e una crescente sensazione di estraniamento. Questo genere di sintomi è abbastanza frequente nelle sindromi di abuso da cannabinoidi. Tuttavia nella mente di questa ragazza si insinua un dubbio: “e se durerà per sempre??”. Da qui, l’impennata dell’ansia, la sensazione di non riuscire a respirare, formicolii alle estremità degli arti, spalancano la porta a timori ipocondriaci, come il pensiero di avere un infarto cardiaco.

Piena di vergogna per quanto stava vivendo e per l’atto “illegale” dell’aver fumato marijuana, la ragazza si chiude sempre più in se stessa, rinuncia a qualsiasi accertamento medico che avrebbe potuto rassicurarla e si agita , in maniera sempre più cronica, rispetto al timore di stare impazzendo.

Da quel momento i sintomi di derealizzazione l’accompagnano negli anni a venire, a fasi alterne, acuendosi nei periodi di maggiore stress.

Quando descrive la storia di questi episodi, afferma: “mi sento come se mi fossi rotta dentro“.

Effettivamente, il suo iniziale approccio alla domanda di psicoterapia aveva più un senso di richiesta di essere “riparata”, come se fosse una macchina, e non un essere umano. Non tollerava la percezione delle sue fragilità, che avrebbe voluto eliminare, estirpare la propria “difettosità” una volta per tutte.

Che cosa la faceva sentire così “rotta”? I sensi di colpa o di stigma per avere assunto delle droghe? Forse all’inizio, ma dopo? La sensazione che la sua capacità di fare esperienza sensoriale fosse andata in frantumi? Era abituata a percepirsi come un fallimento in quasi ogni ambito della vita, almeno la sua percezione del mondo doveva funzionare…?

Lavorammo a lungo sulla possibilità di accogliere anche la Sé-rotta, recuperando la memoria per tutti i momenti nei quali i suoi bisogni infantili erano stati respinti, e sviluppando scenari mentali nuovi, che contemplassero uno sguardo più amorevole e meno espulsivo verso tutte queste parti interne.

BIBLIOGRAFIA:

American Psychiatric Association, Ed. it. Massimo Biondi (a cura di), DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano: Raffaello Cortina, 2014

Gabbard, G.O. (2007). Psichiatria Psicodinamica (quarta ed.). Milano: Raffaello Cortina.

World Health Organization. International statistical classification of disease and health related problems. ICD-10. Ginevra 2007

Storolow, R.D., & Atwood, G.E. (1995). I contesti dell’essere. Torino: Bollati Boringhieri

Van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Milano: Raffaello Cortina

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